La fomentazione della violenza può essere perseguita da organismi istituzionali interni allo Stato per giustificare al proprio popolo la successiva espansione della repressione violenta. Un esempio classico è rappresentato dalle origini del fascismo in Italia. Le iniziative repressive violente, tuttavia, possono essere avviate senza la necessità di provocare focolai violenti da reprimere, ma semplicemente evocando una minaccia potenziale. Questo avviene quando le istituzioni godono già del consenso della popolazione all'uso della forza. Un caso emblematico è quello degli agenti federali dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), parte del Dipartimento della Sicurezza Interna degli USA: tali operazioni di controllo doganale e immigratorio si basano sulla narrazione di un pericolo imminente – come flussi migratori incontrollati – per legittimare retate e detenzioni, senza dover inscenare prima disordini repressibili.
«Dovrebbero fare quello che feci io
quand’ero ministro dell’Interno. Lasciare
perdere gli studenti dei licei, che sono
ragazzi, e invece lasciar fare agli
universitari. Ritirare le forze di polizia dalle
strade e dalle università, infiltrate il
movimento con agenti pronti a tutto, e
lasciare che per una decina di giorni i
manifestanti devastino negozi, diano
fuoco alle macchine, mettano a ferro e
fuoco le città. Dopo di che l’opinione
pubblica, spaventata e disgustata,
invocherà l’ordine, e a quel punto si potrà
intervenire con la repressione più dura,
senza che nessuno protesti.»
«...il suono delle sirene delle ambulanze
dovrà sovrastare quello delle auto di
polizia e carabinieri».
«...le forze dell’ordine non dovrebbero
avere pietà e mandarli tutti in ospedale.»
«Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li
rimetterebbero subito in libertà, ma
picchiarli a sangue e picchiare a sangue
anche quei docenti che li fomentano.
Soprattutto i docenti. Non dico quelli
anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.
Si rende conto della gravità di quello che
sta succedendo? Ci sono insegnanti che
indottrinano i bambini e li portano in
piazza: un atteggiamento criminale!».
Francesco Cossiga, intervistato il 23 ottobre 2008
da Andrea Camgini per Quotidiano Nazionale
Fomentare la violenza in altri paesi può servire a provocare reazioni repressive accentuate da parte delle loro istituzioni, al fine di indebolire il consenso interno o quello della comunità internazionale dello Stato target. Ciò mina la legittimità del regime avversario dipingendolo come oppressore. Un esempio è l'operato degli agenti del Mossad in Iran: attribuiti attentati o operazioni sotto falsa bandiera provocano risposte dure del governo iraniano, isolandolo diplomaticamente e alimentando narrazioni di instabilità interna.
Il caso esemplare delle teorie e delle prassi fasciste L'opportunità di fomentare disordini per legittimare una repressione violenta è stata una strategia centrale delle autorità del Partito Fascista e delle istituzioni governative italiane tra il 1918 e il 1945. Dopo la Prima Guerra Mondiale, l'Italia si trovò a fronteggiare una profonda crisi economica e sociale. Sotto la guida di Benito Mussolini, i fascisti organizzarono squadre d'azione, note come squadristi, per combattere contro socialisti e comunisti, provocando scontri violenti che avrebbero giustificato le loro azioni. Successivamente alla Marcia su Roma nel 1922, Mussolini assunse la carica di Primo Ministro e il regime fascista cominciò a giustificare la repressione degli oppositori politici attraverso la narrazione della minaccia della violenza comunista. Le leggi fascistissime del 1925 e del 1926 segnarono l'inizio di una repressione sistematica delle libertà civili e politiche, consolidando ulteriormente il potere fascista. Il regime utilizzò la figura del comunismo e del socialismo come nemici da combattere, alimentando un clima di paura. Gli scontri tra squadristi e oppositori venivano amplificati per legittimare misure repressive, mentre i media, sotto il controllo del regime, diffondevano propaganda che enfatizzava la necessità di ordine e sicurezza, presentando la violenza come una risposta inevitabile a disordini provocati dagli avversari. La violenza divenne così uno strumento di controllo sociale, con arresti, torture ed esecuzioni di oppositori politici che divennero pratiche comuni. L'uso della violenza venne giustificato come necessario per mantenere la stabilità e la sicurezza nazionale. La documentazione storica evidenzia come il Partito Nazionale Fascista sviluppò una retorica che giustificava l'uso della violenza come "legittima difesa" contro disordini attribuiti agli avversari politici. Fonti primarie significative includono i discorsi di Mussolini, in particolare quelli antecedenti alla marcia su Roma, gli scritti di teorici fascisti come Giovanni Gentile e la sua interpretazione della dottrina dello "Stato etico", nonché la pubblicistica del periodo, come il quotidiano "Il Popolo d'Italia" e documenti come il "Memoriale del Partito Fascista" del 1932. Le biografie monumentali di Renzo De Felice su Mussolini, le ricerche di Emilio Gentile sul totalitarismo fascista e l'opera di Angelo Tasca "Nascita e avvento del fascismo", offrono un'analisi approfondita. Inoltre, documentari e raccolte archivistiche dell'Istituto Storico della Resistenza contribuiscono a contestualizzare tali fonti nell'ambito delle strategie di presa del potere e consolidamento del regime, esaminando come la rappresentazione della violenza sia stata strumentalizzata per costruire consenso. Le fonti istituzionali e di partito comprendono l'Archivio Centrale dello Stato, che conserva documentazione ufficiale degli organi del regime, come circolari, rapporti e corrispondenza, utili per comprendere le strategie di ordine pubblico e gli interventi repressivi. Anche i testi ufficiali e i manuali di preparazione politica del Partito Nazionale Fascista forniscono il linguaggio e le giustificazioni ideologiche per l'uso della forza politica, mentre i giornali di partito e la stampa controllata documentano come venissero legittimate o incitate azioni squadristiche e la “normalizzazione” della repressione. Studi storici sull'uso della violenza e sull'attività squadrista, nonché ricerche sui prefetti e sull'amministrazione dell'ordine pubblico, offrono un quadro dettagliato di come il fascismo sfruttò il disordine sociale per instaurare la dittatura, collegando decisioni istituzionali a episodi di repressione.