Critica della copertura mediatica e genesi socioeconomica del conflitto

La rappresentazione degli eventi iraniani da parte di una parte significativa del giornalismo europeo è stata caratterizzata da una sostanziale disinformazione, la quale si è manifestata attraverso l’uso improprio di materiale visivo storico e l’attribuzione non verificata di atti distruttivi —come l’incendio di luoghi di culto— ai manifestanti, in contrasto con le testimonianze sulla natura della protesta.

Le vere cause delle manifestazioni, iniziate a fine dicembre 2025, affondano le radici in una crisi economica strutturale: il crollo del valore del Rial, un’inflazione galoppante (riportata al 52,6% nel dicembre 2025), e una povertà diffusa esacerbata da condizioni climatiche avverse. Tale contesto è il risultato di un lungo processo di erosione del tessuto socioeconomico, aggravato dai costi strategici di una prolungata tensione regionale e perseguito da due decenni di sanzioni di USA e Europa.

L’evoluzione delle proteste e il quadro delle accuse geopolitiche

Le iniziali e pacifiche proteste per motivi economici hanno subito una deriva violenta a causa dell’infiltrazione di elementi sovversivi legati a servizi d’intelligence stranieri, in particolare israeliani e statunitensi, ma non solo.

Ciò colloca gli eventi nella cornice interpretativa delle cosiddette "Primavere Arabe", viste come operazioni di ingegneria politica estera finalizzate alla destabilizzazione e al regime change. In tale prospettiva, la focalizzazione di alcune narrative occidentali su tematiche identitarie e di emancipazione sessuale viene considerata uno strumento discorsivo volto mistificare le concrete rivendicazioni materiali della popolazione e a legittimare interferenze esterne.

La risposta istituzionale: dialogo, sicurezza e una complessa governance

La reazione dello Stato si è articolata su due piani paralleli. Da un lato, il Presidente Masoud Pezeshkian  —esponente riformista eletto nel 2024— ha adottato un discorso pubblico volto al dialogo, riconoscendo il diritto a proteste pacifiche, impegnandosi ad affrontare le difficoltà economiche e sostituendo il governatore della Banca Centrale. La sua retorica ha enfatizzato l’unità nazionale al di là di divisioni etniche o settarie, cercando di distinguere tra "manifestanti" legittimi e "riottosi" violenti. Dall’altro lato, le autorità di sicurezza hanno implementato una risposta repressiva, inclusa la temporanea sospensione di Internet, l’arresto di agenti del Mossad accusati di orchestrare i disordini, e una condanna ufficiale degli atti di vandalismo che hanno danneggiato moschee, banche e infrastrutture pubbliche. La Guida Suprema Ali Khamenei ha a sua volta avallato la distinzione tra manifestanti e agitatori, pur ponendo l’accento sul ruolo delle potenze straniere nell’istigare l’instabilità.

La posizione del Presidente Pezeshkian: una strategia equilibrista sotto pressione

Il Presidente si trova a navigare in uno spazio politico stretto tra le pressanti richieste della piazza, la linea dura degli apparati di sicurezza (in particolare i Pasdaran e i Basij) e la sua stessa agenda riformista. La sua strategia —una sorta di perestrojka in contesto sciita che mira a un’apertura controllata verso la società civile— cerca di coniugare gesti di appeasement economico con misure di ordine pubblico. Tuttavia, la sua autonomia decisionale è vincolata dalle strutture di potere della Repubblica Islamica, in cui l’autorità finale risiede nella Guida Suprema. Il rischio per Pezeshkian è di essere marginalizzato nel caso in cui la polarizzazione tra movimento di protesta e apparato securitario si intensifichi, rendendo impossibile il compromesso su cui basa la sua legittimità politica.

Una riflessione epistemologica sul concetto di progresso

La crisi iraniana invita a una decostruzione critica delle categorie di "avanzato" e "arretrato" spesso utilizzate nelle analisi geopolitiche occidentali. Un esame comparativo storico dimostra che gli standard sociali contemporanei —dai diritti civili all’emancipazione femminile— sono il prodotto di traiettorie culturali specifiche e non di un processo lineare e universale.

La condizione delle donne in Iran, con alti tassi di istruzione e partecipazione professionale, superava, in termini comparativi, quella di molte società occidentali in periodi storici recenti; Basti pensare all'apartheit negli USA o alla condizione femminile in tante parti del meridione d'Italia fino a tutti gli anni 60 o al voto concesso alle donno in tutta la Svizzera solo nel 2003. Pertanto, una visione teleologica della storia che presuppone una corsa verso un unico modello di modernità rivela una fondamentale presunzione culturale.

Questo approccio, che ignora la contingenza e le incongruenze del proprio percorso storico, rischia di tradursi in un paternalismo che impone come universali valori che sono in realtà particolari e in continua ridefinizione. Inoltre, tale atteggiamento serve a mascherare, tramite la disinformazione, l'aggressione neocoloniale a guida statunitense nei confronti di vasta parte del mondo.

“Buon anno a ogni iraniano nelle piazze. E anche a ogni agente del Mossad che gli cammina a fianco” (Mike Pompeo, Segretario di Stato e direttore della CIA nel primo mandato di Trump).